L’armadio a muro in ingresso, grazie anche al fondamentale (?) contributo della sottoscritta nel fare la malta, inizia a prenderne anche l’aspetto. Non si creda che il cantiere finirà in tempi brevi, ma quantomeno non è abbandonato, anzi, noi si fa un gran lavorare. Nel noi viene compreso l’uomo, artefice di questa insana pazzia, il vicino che abbiamo prezzolato per darci una mano, il figlio grande che si occupa della parte elettrica, il figlio piccolo che tiene alto il morale della truppa e la di loro mamma che rifocilla ed idrata gli operai. Poi c’è la Spaiata addetta alla pulizia di cantiere, alla scelta dei sassi da tenere e al disegno dell’interno della succitata cabina. E non dimentichiamo i gatti, il Calza fa il geometra e la Ciabattina caga nella cabina armadio che essendo ancora uno scavo a terra è stata scambiata per una grande lettiera usufruibile. Tutta questa gran attività non è passata inosservata al vicinato che con le scuse più improbabili cercano di soddisfare la propria curiosità sottoponendoci ad un fuoco amico di domande. Niente semina tanto panico quanto l’ipotesi di un nuovo cantiere nella via. Se solo sapessero che questo è un assaggio di quello che verrà.
Dopo una giornata di soffoco in ufficio, verso le cinque mi piace pensare che non manca tanto per - nell’ordine - lanciare le scarpe dove capita, ignorare l’ingresso/cantiere, girare a piedi scalzi, buttarmi sotto la doccia, infilarmi pantaloncini e maglietta purchè ridotti ai minimi termini, spegnere il telefono e rilassarmi sul balcone prima e dopo cena con qualcosa di buono da leggere. Alle cinque niente o quasi riuscirebbe a convincere la sottoscritta che al mondo ci sia qualcosa di più allettante. Il quasi è comunque d’obbligo quando si convive con l’uomo che, causa forza maggiore, mi ha arruolata senza interpellarmi per preparare la malta nella carriola per almeno un paio d’ore. Notizia (con mazzata) che va a ritardare i miei programmi serali tanto agognati. A questo punto tornare a casa mi appare accogliente come l’Ucciardone. Mai che ci sia un attimo di pace al civico 33.
A me il caldo piace con tutto quel che ne consegue. Prendere il sole, le magliette senza maniche, le gonne senza calze, finestre sempre aperte, dormire con poca roba addosso, passare la serata al circolo in cerca di un po’ di fresco. Per dire, Sharm in pieno agosto è il mio clima ideale, nonostante oggettivamente con l’alzarsi della temperatura perdo via via il senno. E questo può essere un problema e fonte di imbarazzi imprevisti, nonchè di indiscusse figure barbine. Ieri esco di casa vestita di tutto punto per andare a cena dai vicini e mi ci sono voluti almeno venti passi per rendermi conto di avere ancora ai piedi i maiali lilla che mi hanno regalato e che ho voluto provare. Stamattina stessa storia. Mi preparo per bene, prendo la borsa, infilo le scarpe, libero i gatti, mi chiudo la porta alle spalle e quasi al parcheggio mi rendo conto di essermi dimenticata i pantaloni. Ora, il vicinato ormai è preparato da anni. Da me ci si può aspettare di tutto ed in qualche modo è una scusante per certe uscite, ma rimane comunque piuttosto imbarazzante.
Il mio tentativo di rendermi latitante e prendere le distanze dai lavori in corso in quel cantiere che una volta era casa mia sembrano funzionare. Ieri sera sono tornata a casa alle undici grazie ad un’assemblea condominiale quantomai opportuna per giustificare i miei intenti. Troppo tardi per trovarci qualche vicino o perché qualcuno mi mettesse una scopa e/o uno straccio in mano e troppo stanca per guardarmi intorno. Anche perché nell’ex ingresso non c’è più la luce. Grazie a quest’ultima novità, non pervenuta per tempo, ero anche troppo intontita dopo aver sbattuto in piena faccia contro ad un puntello in mezzo al corridoio per capire come stanno procedendo i lavori. Il che torna poi utile alla decisione di prenderla con una certa filosofia: se non so, non mi agito e se non mi agito è come se i lavori non fossero mai iniziati, se i lavori non sono mai inziati non vedo perché dovrei arrabbiarmi.
Oggi non è un buon giorno. Né per il gatto Calzetta, né per il veterinario di fiducia. Decisamente non lo è per entrambi visto che è arrivato il momento della vaccinazione annuale. Loro due proprio non s’annusano. Oddio, il veterinario qualche sforzo lo fa per riuscirgli simpatico, ma chissà perché, lo fa con le mani in tasca che non si sa mai. Il gatto invece ormai riconosce i segnali e cerca di darsi. Cuscino tra muro e divano: veterinario. Uomo a casa ad un’ora insolita: veterinario. Motorino con uomo e borsa da dottore sotto casa: veterinario. Spaiata che cerca un libretto arancione: veterinario. In tutti i casi al comparire anche di un solo segnale, il felino tenta l’ultima disperata fuga pur di evitarlo. Tanto è coccoloso con noi, quanto leone col povero dottorino che s’avvicina solo a zampe bloccate del micio e suda freddo durante tutta la visita. Ed è proprio il gatto ad essere malfidente e non viceversa. La micia pur con una siringa nella pancia ronfava beata mentre il veterinario, sopravvissuto al rosso, le faceva il tagliando a causa di un ematoma di caccia. Non ha mosso una vibrissa che fosse una, sotto gli occhi increduli di tutti che almeno un gatto in famiglia che non fa storie ce lo meritavamo con tutte le camicie che ci fa sudare l’altro. E per la cronaca, soprattutto a beneficio della famiglia Mignolo&Prof, la Ciabattina gode di ottima salute, nonostante l'ematoma che passerà.
Sono undici ore che non vedo casa, tuttavia sono ancora in ufficio che ballo in giro senza un vero e proprio motivo per restarci. La cosa non sfugge a quella volpe della genitrice che mi scruta vagamente incazzosa perché sto trattenendo anche lei e sente il bisogno di sondare il terreno senza nemmeno troppi preamboli.
Genitrice: ma perché non vai a casa (così ci vado anch’io)?
Spaiata: è che dobbiamo finire qui.
Genitrice: ma non è urgente, finiamo domani, ma perché non vai a casa (così ci vado anch’io)?
Spaiata: no, è che per farlo devo attraversare l’ingresso.
Genitrice: e quindi?
Spaiata: non ho più ingresso. L’uomo lo sta smontando per fare il famoso armadio a muro. Sono certa che quando arriverò a casa mi ritroverò con un ingresso in meno e tanto nervoso in più.
Nonostante i miei (buoni) motivi alla fine mi spedisce a casa e trovo nell’ordine: un gatto impolverato che sembra uscito dal crollo di un palazzone, una gatta terrorizzata che mi guarda con occhio pietoso, l’uomo in versione Pigpen, quel bambino amico di snoopy che se ne va in giro con la nuvola di polvere appresso, due sederi che solo dopo riconoscerò essere quelli dei vicini incuneati nel mio ex ingresso ad ammirare due forni per cuocere il pane del primo novecento di cui ignoravamo l'esistenza, il loro figlio che mi chiede soldi perchè pur non sapendolo l'ho assunto, un altro vicino che dal bagno suo sta fornendo acqua a noi tramite una canna ed altri due appollaiati sul balcone per capire cosa diavolo stiamo combinando, un cumulo di macerie davanti allo zerbino, un ingresso che è inguardabile, attrezzi anche nei vasi di fiori e la scopa che mi aspetta. Avrò avuto i miei buoni motivi per non affrettarmi a correre a casa o no?!!!
Ora, che stare al mondo non sia una passeggiata non devo dirlo io, chiunque, superati i tre anni, inizia a capirlo da solo e s’attrezza di conseguenza. Attraversare la vita nelle ultime 48 ore per grado di difficoltà più che a una passeggiata s’avvicina all’ascensione all’Everest senza sherpa. Nel miom piccolo posso quindi semplicemente ribadire, con cognizione di causa, che stare al mondo è maledettamente difficile, maggiormente senza incazzarsi. E qui, seppur evitando i dettagli, viene il dilemma che non mi fa dormire da due notti: per principio rinunciare a qualcosa a cui tengo e per la quale sto lavorando da mesi pur di non darla vinta al coglione con cui mi trovo ad interagire mio malgrado, il quale si crede furbo ed invece è solo un disonesto oppure far finta di niente, munirmi di calma olimpica, turarmi il naso per concludere l’”affare” che mi sta a cuore – molto a cuore- e solo dopo scaricare la bile o ancora, fingermi sempre interessata e disponibile, illuderlo, portarlo ad un passo dalla conclusione e tirarmi indietro all’ultimo rendendogli - come si merita - la presa per il culo anche sapendo di rinunciare a qualcosa che mi interessa parecchio? Da qui al 14 luglio, giorno della resa dei conti, ho di che meditare. Peccato abbia una coscienza che non aiuta a decidere serenamente.
Un bravo amministratore deve riuscire a risolvere i problemi dei condomini in rivolta, salvaguardando quelli degli altri. In pratica, come dice mia nonna, riuscire ad avere il marito ubriaco e la botte piena. Per l’annoso problema del volantinaggio selvaggio, non potendo chiudere il cancello e bocciata la “cassetta condominiale” che avrebbe solo spostato il problema di venti centimetri, l’ho risolta cercando l’articolo di Legge che vieta tale pratica ed autoproducendo con fogli e carta trasparente degli adesivi costo zero da attaccare solo alle cassette di chi i depliant proprio non li tollera. Creando un precedente, perché qui al paesone nessuno mai ci aveva pensato. E così scopro che il volantinaggio non lo fanno solo i ragazzetti col carrello ai quali nessuno apre, ma è anche appalto della posta. In pratica le ditte grosse, per riuscire ad accedere ad ogni cassetta della posta sul territorio, stipulano - con chi la posta la distribuisce quotidianamente - un contratto per consegnare anche quei benedetti volantini che intasano la cassetta privata di ognuno. Lo scopro perché vengo contattata da un solerte responsabile che ha tutta l’intenzione di sistemare qualcosa che potrebbe diventare una bomba nelle loro stesse mani, visto che il loro ufficio legale sembra darmi ragione. Prima mi chiede di rilasciare una dichiarazione che li esenti a depositare volantini per giustificarsi con chi li paga per farlo e rispondo che non posso parlare a nome del condominio visto che è una scelta del tutto personale se attaccare o meno l’adesivo, poi mi si invita a mettere la famosa “cassetta condominiale”, ma faccio presente che è una decisione già deliberata dal condominio quella di non metterla per ovvie ragioni e per ultimo, capita l’antifona, mi fa sapere che sentirà nuovamente l’ufficio legale ed avrò presto sue notizie. Informazione che mi lascia del tutto indifferente perchè una sola cosa mi è chiara dopo la telefonata: il solo fatto che si siano presi la briga di contattarmi per trovare soluzioni alternative all’adesivo purchè sparisca dalle cassette, significa solo che l’adesivo funziona davvero e che ha centrato l'obiettivo voluto. Meno carta da buttare e più spazio alle cartoline coi saluti dalle vacanze.
Classica (telefonata) delle cinque:
Spaiata: metti a bollire qualche patata?
Uomo: non ti preoccupare per la cena, ci hanno pensato i gatti.
Spaiata: oh, i miei pelosi procacciatori di cibo. Li hai ringraziati?
Uomo: si, dopo aver tolto di mezzo e di bocca alla gatta un cippirimerlo e al Calza una quaglia. Adesso il rosso è sul balcone che piange perché rivuole la sua quaglia.
Spaiata: cavoli ma è grossa.
Uomo: infatti sono arrivati davanti alla porta orgoglioni trascinando le prede e volevano portarsele in casa. Adesso vado a correre e quando torno accendo il forno. Stasera quaglia e merlo arrosto a dar retta ai tuoi gatti.
Spaiata: sono una bipede fiera dei suoi gatti, ma occupati delle patate.
Del perché Spaiata ed uomo farebbero meglio a lavorare sette giorni su sette è presto detto. Quando lavoriamo riusciamo, seppure incasinati e con il tempo contato, a portare a termine le elementari commissioni per garantirci la sopravvivenza nostra e dei gatti. Se abbiamo davanti due giorni d’ozio e le necessità primarie della famiglia sono state soddisfatte in settimana, smettendo di pensare a come incastrare la spesa con il primo appuntamento ed il giro in condominio, capita che l’occhio ci cada anche su faccende snobbate per mesi. In effetti è la tragedia occorsa sabato mattina mentre l’uomo aspettava in ingresso che mi mettessi le scarpe. In cinque minuti di distrazione comune abbiamo studiato di sventrare una nicchia in cui sono stipate scarpe e giacche in ordine sparso per creare una minicabina armadio doppia anta per contenere le stesse cose, ma con un ordine ben preciso. Il che tradotto in scomodità quotidiane significa due puntelli fissi fino a tempo indeterminato, uomo e scagnozzi almeno otto ore al giorno tra i piedi ed inscatolare tutto per mettere in pratica cinque minuti di pazzia che già oggi, lunedì, mi sembra un’idea folle. Ancora me la ricordo l’ultima volta in cui una passerella è rimasta in ingresso per un mese e mi sembrava di vivere in campeggio.